Un sistema dalle ore contate

Il brano preso in analisi è tratto dall’opera “Il futuro è aperto?” di K.R. Popper e K. Lorentz. L’opera riflette sulla tipica “società aperta” occidentale e su come questa sia minacciata da pericoli che i suoi valori caratterizzanti portano con loro. Popper e Lorentz, infatti, individuano una contraddizione nelle strutture sociali occidentali, analizzando la natura dei valori su cui esse stesse si sviluppano; quali, ad esempio, la libertà individuale, l’aiuto reciproco, la difesa dei deboli, la protezione delle minoranze o la non violenza. Questi principi, infatti, affinché costituiscano un elemento positivo per la comunità e la sua crescita, necessitano di alcuni limiti, difficili da delineare.

Emblematico è il caso della libertà: essa per essere garantita a tutti i cittadini allo stesso modo ha bisogno dell’esistenza di un apparato statale e di leggi che ambiscano il più possibile al raggiungimento dell’uguaglianza sociale. E’ proprio in questo aspetto che emerge la fragilità della cosiddetta “società aperta” (un modo di convivenza umana che rivede la centralità e l’importanza di tali valori). 

A dover vegliare sull’uguaglianza, infatti, è proprio lo Stato, il cui potere potrebbe rappresentare una minaccia per l’esistenza dei valori stessi, che necessitano dell’impegno di tutti i cittadini per continuare ad essere riconosciuti e rimanere saldi anche il futuro.

Nelle società occidentali prese in analisi (o almeno nella maggior parte di queste) la vigente forma di governo è la democrazia. È infatti la partecipazione attiva a questa l’unico modo che il cittadino medio moderno ha per esprimere e manifestare il suo impegno e il suo interesse nel tentativo di difendere questi principi.

È importante sottolineare come anche la democrazia sia uno di questi e, in quanto tale, per esistere e funzionare al meglio abbia bisogno dell’impegno di tutti i cittadini. Ad oggi, infatti, proprio la democrazia, emblema occidentale della ricerca di uguaglianza, è soggetta ad una crisi evidente.   

La mancanza dell’adempimento al dovere del cittadino, che si traduce nell’ “astensionismo”, è un fenomeno in continua crescita, specialmente nel nostro paese, e direttamente proporzionale alla morte della democrazia stessa. Tale avvenimento trova le sue radici proprio nel principio di uguaglianza su cui lo Stato democratico si fonda. I cittadini, infatti, perdono col tempo fiducia in uno Stato che, incaricato di mettere in pratica l’equità e di vegliare su di essa, non fa altro che perseguire il concetto di un’uguaglianza formale (o di diritto), considerando, quindi, tutti gli uomini sullo stesso piano dinanzi alla legge, tralasciando le loro diversità nell’ambito economico-sociale.

Già Karl Marx, filosofo, sociologo ed economista della prima metà del XIX secolo, aveva analizzato a fondo la questione, evidenziando le problematiche cruciali dello Stato liberale moderno. Egli, infatti, sottolineò come sia proprio l’uguaglianza formale (conquista della Rivoluzione francese) a sottintendere la disuguaglianza di fatto. La prima rappresenta infatti uno dei principi fondamentali dello Stato moderno e della sua struttura economica, quale il Capitalismo, che porta con sé varie contraddizioni che hanno come risultato le differenze socio-economiche tra i cittadini.

Ad oggi in Italia sono presenti alcune politiche di Welfare (di sussistenza) che mirano a limitare e ridurre il più possibile i divari sociali che ostacolano o impediscono l’adempimento dei cittadini dei loro doveri in quanto tali. Questo è infatti previsto dalla nostra Costituzione (alla cui stesura nel 1946 parteciparono anche socialisti e comunisti), in particolare nei due comma dell’articolo 3. Nell’effettivo, però, queste politiche di sussistenza non si rivelano abbastanza efficaci per chiudere la forbice sociale e limitare una povertà che di fatto continua a dilagare.

Un secondo fattore che oggi risulta determinante nella crisi della democrazia (come di tutti i valori fondamentali che essa porta con sé) è il disinteressamento delle ultime generazioni verso la vita politica.  

I giovani, infatti, tendono a non partecipare alla difesa attiva di una condizione da loro data per scontata o sottintesa. Sin dalla loro nascita sono abituati a vivere circondati da un ambiente libero (almeno illusoriamente), democratico e ricco dei valori che caratterizzano la “società aperta”; condizione che ai loro occhi pare essere la normalità. Non avendo mai fatto esperienza della mancanza di tali principi e non avendo lottato per ottenerli, non risentono della necessità etica di difenderli.

Solo tramite l’istruzione e lo sviluppo di una maggiore consapevolezza della società si può tentare di contenere il collasso di un sistema dalle ore contate.

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