L’impensabile

Un sorso di caffè, digita al computer e si ferma a rileggere. E così va avanti un intero pomeriggio, con questa successione di azioni che potrebbero migliorarle la giornata, ma non fanno altro che devastarla e consumarla.

Dov’è finita la vecchia Clelia, sicura che da grande sarebbe riuscita a cambiare il mondo? Eccola lì, seduta, concentrata sul suo lavoro al computer, in quello studio. Lo odia più di qualsiasi altra cosa. Uno spazio così piccolo non fa altro che soffocarla, ma lei sembra non preoccuparsene e continua a bere, digitare e rileggere.

L’orologio segna le 18:00. I suoi occhi non reggono più le troppe ore trascorse davanti al computer, ma nonostante questo, è ostinata ad andare avanti col suo lavoro. Sembra che per lei si tratti di una questione di vita o di morte, anche se la morte è l’evento che sembra più vicina a lei in questo momento.

Che fine hanno fatto i ricci ambrati, quegli occhi verdi che brillavano alla luce e che sembravano urlare al mondo: «Clelia è qui!», quelle labbra rosate che mostravano un sorriso lucente? Che fine ha fatto quella Clelia? Al suo posto ora c’è un fuoco spento, quegli occhi ora sono coperti da un paio di occhiali dalla montatura fine accompagnati da occhiaie violacee per lo stress, quelle labbra rosate sono l’unico tratto invariato, ma da tempo non mostrano più quel sorriso capace di accogliere tutti.

Nel mentre si sono fatte le 18:30, e il silenzio con cui stava lavorando è stato interrotto da un rumore continuo, proveniente dalla casa dei vicini. Sarà loro figlio: spesso si allena col pallone da calcio per diventare un calciatore. Anche Clelia aveva un sogno, ma lo ha perso. Il rumore le fa venire il mal di testa.

È proprio in quel momento di distrazione che realizza che i vicini sono in vacanza per una settimana. Quel rumore non è dovuto a un bambino che si sta allenando per realizzare il suo sogno. Allora che sarà mai? Si alza con uno scatto dalla sedia, esce fuori al terrazzo e sente che il rumore proviene dal muro che separa il suo terrazzo a quello dei vicini. È in quel momento che il rumore cessa. Silenzio. Clelia rimane lì bloccata in pantofole. Rifletti Clelia, rifletti.

Questo momento di riflessione dura poco, in realtà il tempo non sembra più avere un trascorso lineare, vede cadere qualcosa nella sua direzione ed è in quel momento che si ritrova di fronte un pallone da calcio, lanciato proprio dalla direzione dell’altro terrazzo. D’istinto Clelia rientra, prende il cellulare e compone il numero della polizia. Nel momento in cui sta per avviare la chiamata una voce nella sua testa dice di non farlo. Si blocca ed esita. Lascia il telefono e torna a lavorare in silenzio. Sono le 20:00: Clelia spegne il computer e si sente strana. Prova un senso di vuoto, una specie di senso di colpa.

Allora le viene un’idea. Prende una sedia, esce fuori e si affaccia oltre il muro per vedere chi ci fosse. Nessuno. Allora ha un’altra idea. Prende un foglio e con un pennarello nero scrive: «Chiunque tu sia fatti avanti, e affronta la situazione da persona matura».

Non sembra credibile nemmeno a lei. Lo accartoccia, ne prende un altro e scrive: «Chiamerò la polizia se rimani ancora lì». Lo accartoccia di nuovo. Ne prende un altro, un altro ancora, ma niente. Alla fine scrive solamente «Chi sei?». Attacca il foglio al pallone con lo scotch e lo lancia dall’altra parte del muro. Attende. Basta. Rientra, mette il pigiama, cena e va a letto.

La sveglia suona alle 7:00. La notte sembra trascorrere sempre meno. Una volta alzata, si reca in cucina dove si prepara il suo primo caffè della giornata. È allora che lo nota: il pallone è di nuovo lì come se una volta arrivato sul suo terrazzo non fosse mai stato lanciato indietro. Lascia tutto e corre fuori. Non sembra ci sia nulla di diverso rispetto alla sera prima sennonché il biglietto ha una calligrafia diversa. «Andrea» è la risposta.

Si prepara per uscire e andare in ufficio. La mattinata procede come al solito: lavoro, lavoro e ancora lavoro da fare. Per Clelia la quotidianità è questa. Ma Quella Clelia non riuscirebbe ad accettarlo. La maggior parte delle volte preferisce dedicarsi pienamente al lavoro. Non ha tempo da perdere con i colleghi, li trova irritanti, tranne uno: Marco.

Marco è quel tipo di persona insopportabile, inadatto nei momenti in cui avresti bisogno di stare da solo, ma al contempo necessaria per non impazzire. Con lui Clelia ritrova un po’ quella che ne è stata di lei un tempo. A un certo punto i suoi occhi tornano a brillare, ma dura poco, come uno spettacolo disponibile a pochi.

Eccola lì di nuovo nella sua casa. Il suo primo pensiero: il pallone nel terrazzo. Prende un foglio di carta pronta a scrivere, ma si blocca. E se ci fosse qualcuno pronto a farle del male? Scrive lo stesso: «Perché sei in una casa che non è la tua?». Prende la palla e la lancia. Rientra e attende. È ritornata. Lui è lì adesso. Esce e legge…nulla. Il foglio è vuoto. Ci riprova: «Rispondi». Lancia. Arriva. «Come ti chiami?».

E adesso, cosa può fare. Esita, ma poi «Clelia». Perché lo ha fatto? Non lo sa neanche lei. «È bello il cielo oggi non credi?». Ma che domanda le fa? «È come sempre». «È qui che ti sbagli. Il cielo ogni giorno è sempre diverso. Domani non troverai mai la stessa nuvola che hai visto adesso e oggi non vedrai le sfumature che hai visto ieri». Alza gli occhi al cielo e ha ragione. Non ci aveva mai fatto caso. O forse lo crede.

Guarda il telefono e sono le 16:00. Doveva aver già iniziato a lavorare. Non scrive più niente, lascia il pallone e torna a lavorare.
Beve il caffè, digita, rilegge e pensa a cosa poter scrivere ad Andrea. Ora è lui il suo pensiero fisso. Ha paura, ma la curiosità è più forte di lei. Di Quella Clelia qualcosa è rimasto allora. Sono le 18:00 e lei continua a lavorare, ma prima decide di prendere un foglio: «Quanti anni hai?». Non poteva inventarsi di meglio. Lanciato il pallone torna a lavorare fino alle 20:00. È stanca, glielo si legge in faccia, ma non si abbatte. Si affaccia per vedere ed ecco lì il pallone. Esce, lo prende e legge: «24. Tu? P.S. Lo so che non si dovrebbe chiedere l’età a una donna, ma sono curioso».

«26». Perché lo sta facendo. «Sono il più piccolo allora. Che strano sono sempre stato abituato ad essere il più grande, mai il più piccolo». «Allora?» scrive solamente Clelia. Lo lancia e dopo poco eccolo di nuovo nelle sue mani. «Nella mia famiglia ero il più grande di tre fratelli. Sono sempre cresciuto con il pensiero costante di dover essere il più responsabile, l’esempio, quello che non poteva permettersi errori o fallire. È stata dura fin dall’infanzia».

Clelia ora è scioccata. Legge e rilegge quelle parole. Allora scrive. «Io sono cresciuta senza sapere che compito avessi: se dovessi essere la grande o la piccola. Non ho né fratelli né sorelle. Eravamo solo io e mia madre contro il mondo». Clelia ha gli occhi lucidi. Non riesce a dimenticare, anche se è l’unica cosa che vorrebbe. Continua a non capire chi sia Andrea, perché continuano a conoscersi in questo modo, perché gli stia dando tutte queste informazioni. Lancia lo stesso. «Tua madre è sicuramente una donna molto forte».

È lì che Clelia non resiste più e inizia a piangere. Chi l’avrebbe mai detto che si sarebbe ritrovata a piangere sul suo terrazzo per un biglietto di uno sconosciuto. È in questo momento che si domanda perché Andrea non gli parli, sentendo il suo pianto. Si avvicina al muro e dice quasi in un sussurro: «Andrea se sei lì, ti prego, dimmi qualcosa». Non arriva risposta. Ci riprova un po’ più forte temendo che non l’abbia sentita: «Andrea, rispondi». Ma niente. Ora Clelia è arrabbiata. Prende quella stupida palla e la lancia con tutta la sua forza dall’altra parte. Rimane lì in ginocchio ai piedi del muro a piangere. Lei non piange spesso. Dopo quella volta promise di non farlo più. È allora che qualcosa la colpisce sulla testa: la palla.

«Oh Clelia, non sai quanto vorrei consolarti in questo momento, ma non mi è possibile. Il tuo dolore mi distrugge». Allora lui è lì. La sta ascoltando in silenzio. Perché lo fa? Perché non le potrebbe semplicemente parlare? Cosa gli impedisce di farlo? Allora scrive l’unica cosa che gli viene in mente: «Perché?». Lancia. Arriva un biglietto vuoto. Non ne può più, si alza tira il pallone dall’altra parte e torna dentro casa. Si mette nel letto e cerca di dormire e dimenticare tutto quello che è successo.

Clelia non parla mai di sua madre. Perché con lui lo ha fatto? Non capisce, non capisce che le prende. Era successo anni prima. Si trovavano in ospedale. L’ultima cosa che la mente di Clelia ricorda è lo sguardo assente di sua madre. Con lei è morta anche ciò che lei è stata. Dopo quella sera il pallone è arrivato un’ultima volta con scritto: «Mettere l’altro nel cuore». Lei non ha risposto e lo ha lanciato dall’altra parte. Non importava più.

I vicini sono tornati. Clelia continua a bere, digitare e rileggere, ma ora quando sente il bambino giocare con la palla sente un vuoto dentro di lei. Passano le settimane, poi i mesi, addirittura un anno e poi un altro ancora, ma qualcosa è cambiato. Ora Clelia e Marco stanno insieme e a maggio si sposano. Ha trovato un nuovo lavoro. I suoi occhi sono tornati a brillare. Tra preparativi vari il matrimonio arriva e dopo 9 mesi anche Luca, loro figlio. La nascita di Luca è stata una rinascita anche per lei. Lui ha gli occhi di sua madre, non spenti come ricorda, ma pieni di vita nuova. Quella casa, un tempo piccola, ora è il suo mondo. Un giorno mentre Luca sta giocando fuori, rientra all’improvviso:
«Mamma guarda qua: è un pallone!».
«Dove lo hai trovato?».
«Lo ha lanciato il vicino da quella parte oltre il muro. C’è un biglietto».
«Guarda il cielo. Ogni giorno è sempre diverso. Domani non troverai mai la stessa nuvola che hai visto adesso e oggi non vedrai le sfumature che hai visto ieri. Ti auguro il meglio. Andrea».

Mentre legge, a Clelia quasi scappa una lacrima e invece ride.
«Perché ridi mamma?».
Beve un sorso di caffè, gioca con Luca, bacia Marco e pensa che il cielo oggi sia stupendo.

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