Il Confine di Lebo

«Non ti avvicinare mai a quella strada perché porta alla bocca del diavolo» – mi dicevano da piccolo gli adulti – «Tanto non c’è niente da vedere di lì». Mia madre spesso mi ammoniva: «Lebo, invece di pensare a quella strada, pensa a studiare, che qui questo diritto non ti è certo dovuto!».

Mi chiamo Lebo Phage e provengo da Francistown in Botswana, al confine con uno Stato che è vietato nominare. Nel 2005 avevo cinque anni e da qualche tempo vicino al nostro quartiere, alquanto ricco, avevano edificato un muro alto su e giù una dozzina di metri. Lo dico perché da bambini il mio gruppetto andava lì di nascosto e si metteva uno sopra l’altro, e ci entravano a volte undici a volte dodici bambini. La cosa più bella era salire su in cima e vedere in lontananza cosa ci fosse; quando salii io, vidi una distesa di tetti grigi e del fumo che si levava ogni tanto da qualche parte. Osservai anche un battaglione di fanti che si appropinquava a queste capanne ed esclamai: «I soldati vanno alle capanne, che bello!». Tuttavia, gli altri del gruppo mi intimavano: «Stai zitto, tappati quella bocca, che quelli ci vengono a rimproverare se vediamo oltre il muro!».

Un giorno, potevo avere otto anni, tornando da scuola vidi un ragazzo più scuro di carnagione e lo salutai in tswana, come si è soliti fare nel registro colloquiale. Eppure, non mi comprese e cominciò a pregarmi di tacere. Non c’era nessuno per strada, per cui io gli chiesi in inglese (la lingua che parliamo in famiglia): «Ehi tu, ma non parli nemmeno lo tswana, sei di una qualche tribù del
Kalahari?
». E lui mi rispose, in inglese, quasi sussurrando: «Ho scavalcato il muro grazie all’aiuto dei miei amici, vengo dallo Zimbabwe. Tieni, ti è caduta questa banconota».

Tutti mi hanno sempre insegnato a stare lontani dagli zimbabwesi, giacché “portano le malattie, sono poveri e rubano”, eppure lui mi aveva restituito la banconota che mi era caduta. Ciononostante, pure io seguii il comune pensiero e, quando il bambino mi disse un’altra cosa, mi misi a correre, trattenendomi dall’urlare “Invasori”, solo perché non avevo fiato.

Arrivai a casa e volevo raccontare tutto a mio padre, anche lui appena tornato dal lavoro, ma lui mi anticipò e disse: «Oggi al confine sono passati venti uomini dello Zimbabwe, questi vedono che siamo messi meglio di loro e ci vogliono rubare quel poco che abbiamo in più. Da oggi tu, Lebo e tuo fratello non andrete più a scuola a piedi, vi accompagnerò io, e state attenti sempre a tutto!».

Mio fratello, che supportava in tutto e per tutto le idee di mio padre, anche se a volte un po’ estreme, annuì, mentre io rimasi interdetto. Pensavo tra me e me: «Io ho incontrato quel bambino, ma non mi sembrava così pericoloso, adesso che ci penso. Forse non sarei dovuto scappare come un babbeo. Devo dire a mio padre che non sono per forza da evitare».

Andai quindi da mio padre con aria orgogliosa e gli dissi: «Papà, oggi ho visto un ragazzo zimbabwese mentre tornavo da scuola,
ma non mi è sembrato così tanto pericoloso
». Sorprendentemente per me, ma non per voi sicuramente, mio padre rispose: «Sei impazzito?! Vedi un invasore e non dici niente, corro subito a denunciarlo alle autorità e tu non uscirai più di casa per un mese, tua madre ti educherà ben bene, così impari!».

Mentre lui parlava, io guardavo per terra, pensando nel frattempo a quel povero bambino che sarebbe stato sicuramente punito fisicamente e poi ricacciato nella sua nazione. Appena finì di parlare, mio padre uscì agitato di casa e, dopo un quarto d’ora, sentii le sirene spiegate arrivare verso casa nostra; subito dopo entrò un’agente e mi chiese: «Bambino, dove hai visto l’ultima volta
il nero?
» – «Il nero? Di che colore, tipo nero scuro?». – «Non osare scherzare su cose serie», mi disse l’agente. Mio padre mi urlò da dietro: «Intende lo zimbabwese».

A questo punto, due strade mi si ponevano davanti: rispondere e far catturare lo straniero, oppure inventare qualche scusa per distogliere l’attenzione. E penso che tutti sappiate quello che ho fatto, non c’è bisogno di raccontarlo. Ma l’ho pagata cara, i mesi estivi li ho trascorsi interamente a fare lavori di segreteria per mio padre che era un ligio funzionario dello Stato.

Dopo quell’evento, per i successivi sei anni la vita procedette normalmente: nel settembre 2014 cominciai a frequentare l’high school, come mi piace chiamarla, una specie di Liceo Scientifico, ma con materie particolari e riservato solo ai privilegiati.

In quel periodo mi ero davvero affezionato alla figura di Nelson Mandela, un famosissimo attivista e politico sudafricano morto l’anno precedente. Condividevo con lui l’idea di eguaglianza e giustizia, per cui tutti i ragazzi dovrebbero avere il diritto a vivere una vita sana, studiare, lavorare, ma anche divertirsi. I miei genitori, mio fratello e i miei compagni spesso mi prendevano in giro per questo; mi ricordo una volta in particolare, in cui avevo preso un libro da un negozio, senza farlo vedere alla mia famiglia. Si
chiamava Il lungo cammino verso la libertà ed era un’autobiografia sulla storia di Mandela. Per sbaglio, l’avevo lasciato in cucina mentre ero uscito un attimo, un’occasione perfetta per mio fratello per mettermi in cattiva luce. Andò correndo da mio padre, appena tornato stanco e abbastanza seccato dal lavoro, e disse: «Vedi Lebo che bel libretto che si è preso coi vostri soldi…». E mio padre, colto dall’ira, affermò: «Basta! Non posso più accettare questo oltraggio! Da domani vai tu a lavorare e poi vediamo cosa dici a quelli là che ci vengono a razziare la notte perché non sono capaci di farsi uno Stato vero. Ora te lo brucio questo libro, lo ardo!», e gettò il libro sul fuoco sotto il piano di cottura, acceso per la cena. – «Domani ti faccio vedere io cos’è quello che tu tanto
difendi!
».

Purtroppo, non stava scherzando: il giorno dopo non mi accompagnò a scuola, dall’altra parte della città, bensì alla caserma, per farmi arruolare come soldato limitaneo (una carica che si era inventato mio padre, pagando il colonnello per farmi arruolare a 14 anni, cosa vietata, e obbligandomi a sorvegliare almeno 10 ore al giorno il muro dal lato vicino casa nostra).

I primi giorni furono un disastro assoluto: «Cadetto, muoviti o ti faccio sudare», frase tipica che gli adulti mi dicevano
quando mi rifiutavo di fare qualcosa.

Dopo un paio di settimane, superai la fase dell’addestramento in caserma e (finalmente o purtroppo) riuscì a salire sul muro per sorvegliarlo. Rispetto a sei anni prima, le cose erano anche peggiorate: lo Zimbabwe, per quello che sapevamo, stava vivendo una profonda crisi economica e sociale, con oltre il 90% della popolazione disoccupata e un tasso di inflazione superiore al 100%. Ogni giorno centinaia di zimbabwesi cercavano di scavalcare il muro, in preda alla disperazione.

Un giorno di novembre ascoltai alcune voci: «Voi da quanto tempo non mangiate?» – «Due giorni fa l’ultimo pezzo di sadza (polenta di farina di mais)»; «Noi tre giorni fa Kapenta (pesciolini), poi niente». Quel giorno a quanto pare mi doveva riservare ancora molte sorprese: il colonnello della caserma nel mio quartiere, il signor Oak, aveva notato che rispettavo le regole, e allora mi consegnò il telecomando di una porta nel muro spiegandomi: «Cadetto Phage, questi giorni siamo costretti a far passare degli aiuti umanitari dell’ONU da qui verso lo Zimbabwe, altrimenti ci sanzionano. Mi raccomando, solo questi devi far passare, se no verrai punito gravemente». «Sarà fatto, signore!», risposi io, in tono molto assertivo. «Non è un tipo con cui mettersi a discutere questo qua, che querulo…» – dissi tra me e me.

Avevo già un’idea in mente, molto chiara: avrei fatto proselitismo dell’idea di uguaglianza, mostrando le foto della distesa di gente che soffre e persino qualche video con il telefonino dove si sentono voci di sofferenza. Quella notte preparai a mano una bella insegna pubblicitaria: «10 dicembre 2014, in onore della giornata della dichiarazione dei diritti dell’uomo, in centro città, vieni ad ascoltare le idee del futuro»; bello coinvolgente, ma che allo stesso tempo non provocava segnalazioni per alcuna causa.

Un giorno dopo l’altro preparai il discorso, diffusi la notizia e, incredibilmente, il 10 dicembre la piazza era stracolma. C’erano persino il sindaco e il ministro degli interni del Botswana, ma mancava la mia famiglia. Comincio il discorso dichiarando: «Io non
sono né un politico né un giudice, ma sono schierato dalla parte del bene. Queste, queste sono le foto della distesa di gente che stanno oltre quel muro, pregando Dio di essere accolte nel nostro paese non per rubare, ma per poter lavorare e con i soldi far riprendere anche il loro Stato. Quando ero più piccolo, incontrai un bambino zimbabwese gentilissimo, che mi restituì una banconota che mi era caduta, cosa che probabilmente uno tswana non avrebbe fatto. Perciò andiamo, apriamo questa porta di cui ho il telecomando e accogliamo i nostri vicini!
». Ci fu un secondo di silenzio, misterioso, ma poi scoppiò un fragoroso applauso, e io ne approfittai per dire: «Alla faccia della mia famiglia, il popolo è stanco di queste differenze; andiamo!».

Ci avviammo, io alla testa del gruppone, verso il muro: superammo un posto di blocco scavalcando le barriere e sorpassando i soldati miei compagni, che continuavano a dire: «Lebo, che stai facendo?». «Venite, venite!». Arrivammo davanti alla porta di questo muro alto dodici metri e io cominciai a fare il conto alla rovescia. Alla fine «Due, uno, è ora che i popoli si riuniscano!».

Le porte si aprirono e una massa di tswana incontrò dall’altra parte gli stanchi zimbabwesi, contentissimi di poter finalmente essere accolti in Botswana. Il muro era di fatto abbattuto e l’Altro era diventato familiare.

Fu così che Lebo Phage, all’età di 14 anni, seguendo gli insegnamenti egualitari di Nelson Mandela fu nominato eroe nazionale non solo in Botswana, ma anche in Zimbabwe.

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