Nata due volte

Semira chiuse la porta di casa alle sue spalle e infilò la chiave in tasca. L’aria del mattino era fredda, le mani le pizzicavano mentre sistemava lo zaino sulle spalle. Prima di scendere le scale, si fermò un attimo davanti allo specchio dell’ingresso. I capelli erano ancora umidi e sotto gli occhi aveva quelle ombre leggere che le venivano quando dormiva poco. Nulla di strano. Una mattina come tante.

Proprio allora, mentre tirava su la zip della giacca, la sentì.

Non era una voce vera, non aveva un suono. Era più un pensiero che arrivava sempre allo stesso modo, piano, senza spingere.
E se fossimo rimaste lì?

Semira sospirò e uscì. Non si spaventava più quando succedeva. Da bambina credeva fosse solo fantasia, come gli amici invisibili che si inventava prima di addormentarsi. Ma quella presenza non l’aveva mai lasciata. Era cresciuta con lei, aveva cambiato forma, era diventata più matura. E parlava sempre al plurale, come se non fosse sola.

A scuola entrò mescolandosi agli altri studenti. Nessuno la fissava davvero, eppure sentiva addosso qualche sguardo rapido, troppo veloce per essere sicura che esistesse davvero. Salì le scale insieme agli altri, il rumore dei passi che rimbalzava sui muri.

E se fossimo entrate in una scuola diversa?

Mentre si sedeva al banco, la sua mente la portò altrove. Vide un edificio più basso, il sole che scoloriva i muri, le finestre sempre aperte. Dai banchi consumati arrivavano rumori che lì non esistevano. Si vide seduta anche lì, con una matita tra le dita, la stessa concentrazione. Non sapeva cosa stesse studiando. Forse lavorava già. Forse aiutava qualcuno. Forse vendeva qualcosa. Forse sognava altro. L’immagine rimase incompleta, come sempre.

Durante lo studio per un’interrogazione difficile, i suoi genitori adottivi entrarono nella stanza. Le dissero che era intelligente, che ce l’avrebbe fatta. Lei sorrise, ringraziò e tornò sui libri. Le parole italiane riempivano le pagine. Le capiva, le usava, eppure le sembravano ancora una casa in cui viveva chiedendo permesso.

Forse lì studieremmo in un’altra lingua, pensò.

La testa le si riempì di domande che non avevano risposta.

A volte, nei corridoi o per strada, qualcuno le faceva domande.
“Ma di dove sei davvero?”
“Parli benissimo italiano.”
“Che bel colore di pelle.”

Semira sorrideva sempre. Rispondeva il giusto. Poi andava avanti. Aveva imparato che spiegare troppo stancava e spiegare poco non bastava mai. Camminando, sentì di nuovo quella presenza accanto a sé.

Lì nessuno ci guarderebbe così.

Forse era vero. Ma lì sarebbe stata lei a sentirsi fuori posto. Non avrebbe conosciuto le canzoni, le feste, i gesti giusti. Avrebbe portato addosso una storia spezzata, una che non tutti avrebbero voluto ascoltare.

Quando litigava con i suoi genitori, quella voce taceva. Restava in silenzio, come se sapesse che l’amore non andava messo in discussione. A volte le veniva in mente che altrove avrebbe potuto avere un’altra famiglia. O forse nessuna. Il pensiero la faceva sentire in colpa, come se stesse tradendo qualcosa di fragile e prezioso.

Di notte, invece, tutto tornava. Chiudeva gli occhi e si ritrovava scalza su una terra che non aveva mai toccato. La polvere le entrava tra le dita, il sole era forte, diretto. Parlava una lingua che nella realtà non conosceva, ma che nella mente le scorreva naturale.

Una volta vide una donna. Aveva i suoi occhi. Non sapeva se fosse sua madre. Non sapeva se la stesse cercando o se non l’avesse mai fatto. Sapeva solo che quello sguardo le restava addosso. Si svegliò prima che la donna potesse parlare.

Il giorno dopo rise con i suoi amici. Risero di sciocchezze, di video stupidi, di errori. Le faceva male lo stomaco dal ridere. In quel momento il corpo era leggero.

Anche lì rideremmo, pensò. In modo diverso, forse. Ma rideremmo.

Un pomeriggio trovò una foto vecchia. Lei piccolissima, avvolta in una coperta enorme, lo sguardo serio. La guardò a lungo. Questa volta la voce non fece la solita domanda.

Cosa possiamo fare con entrambi i nostri mondi?

Fu allora che capì. Non doveva scegliere. Non doveva cancellare niente. La vita che stava vivendo era vera. Quella che non aveva vissuto lo era in un altro modo. La voce non era una ferita, ma una radice. Invisibile, ma presente.

Chiuse la foto e la rimise a posto. Uscì dalla stanza. La giornata continuava.
Non era divisa.
Era un ponte.
E forse avere più di un luogo da cui guardare il mondo non significava essere fuori posto, ma avere più verità da portare con sé.

Ciao, sono Banchi De Mango, frequento la 2B del Liceo Scientifico "Leonardo da Vinci" di Bisceglie...e questa sono io da piccola!

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