Dalle maschere borghesi di Munch all’alienazione digitale

di Antonio Bombini di 5D indirizzo Liceo Scientifico Scienze Applicate

A cavallo tra Ottocento e Novecento, l’ascesa incontrastata della borghesia impone il conformismo come norma sociale, trasformando la vita quotidiana in una recita collettiva rigidamente codificata. Nessuno ha saputo dipingere questa morte interiore con la stessa forza tragica di Edvard Munch che, nel capolavoro Sera nel corso Karl Johann (1892), trasfigura una normale e borghese passeggiata cittadina in una claustrofobica processione di spettri dagli occhi sbarrati. Si tratta dell’inizio di una crisi d’identità profonda che arriva fino ai giorni nostri. Le “maschere” in cilindro e cappellino, infatti, non sono affatto scomparse: si sono soltanto trasferite dalle strade delle città ottocentesche alle interfacce dei nostri social network.

Edvard Munch, Sera nel corso Karl Johann, 1892. Olio su tela non preparata, 84,5*121 cm.
Bergen, Kunstmussene, Collezione Rasmus Meyers.

La critica radicale di Munch affonda le sue radici nel contrasto insanabile tra i suoi traumi personali e l’ipocrisia della media borghesia di Christiania (l’odierna Oslo).

Nato in Norvegia nel 1863 l’artista vive un’infanzia segnata dalle morti premature della madre e della sorella maggiore, eventi che mineranno per sempre la sua stabilità psichica e lo  spingeranno a rifiutare la carriera da ingegnere voluta dal padre per abbracciare la pittura come urgenza esistenziale.

Questo vissuto tormentato si scontra con il contesto storico della Seconda Rivoluzione Industriale. È l’epoca del Positivismo, della cieca fiducia nella scienza e del trionfo economico della borghesia. Questa filosofia si riflette persino nell’architettura delle città: l’Europa è scossa dai grandi piani di rinnovamento urbanistico, inaugurati a Parigi dalle monumentali trasformazioni del Barone Haussmann. Gli sventramenti dei vecchi quartieri medievali e l’apertura dei grandiosi boulevards non rispondono solo a esigenze igieniche e di ordine pubblico, ma nascono per celebrare la grandezza della borghesia, creando ampi viali rettilinei per il rito del passeggio e l’esibizione del benessere. Munch, influenzato dal Simbolismo e dalla nascente filosofia esistenzialista, sceglie di ritrarre proprio la via principale della sua città per rilevare il vuoto morale e la paura di vivere (sezione del Fregio della vita in cui confluirà l’opera) nascosti dietro la monumentale e fiera facciata del progresso borghese.

Da un punto di vista strettamente tecnico, Sera nel corso Karl Johann è un olio su tela non preparata di dimensioni 84,5*121 cm, dipinto nel 1892 e oggi custodito presso il Kunstmuseene di Bergen. Munch opera una vera e propria rivoluzione stilistica rifiutando le regole accademiche del “bel dipinto” per far emergere la propria angoscia interiore. La scelta di dipingere su una tela priva di preparazione fa sì che il colore venga assorbito direttamente dalle fibre del tessuto, risultando opaco, arido, privo di spinte vitali.

La composizione dello spazio è strutturata su una forte disarmonia geometrica. Sulla sinistra si stagliano gli edifici della via, la cui prospettiva sbilenca e accelerata genera un punto di fuga che sfugge rapidamente verso il fondo. Questa linea instabile si contrappone alla sagoma cupa e squadrata del Parlamento sulla destra. In primissimo piano si impone una massa compatta di passanti che avanza frontalmente, quasi a voler travolgere lo spettatore, generando un’atmosfera fortemente claustrofobica. Dal punto di vista cromatico, Munch utilizza pennellate lunghe e sinuose stendendo colori cupi e fangosi, come il viola della strada, chiaro rimando al lutto, interrotti bruscamente dal giallo acido e malaticcio che brilla dalle finestre del Parlamento. I personaggi perdono ogni fisionomia reale: gli occhi sbarrati dal terrore e la carnagione livida trasformano i loro volti in maschere cadaveriche, simili a teschi privi di anima.

Per cogliere la portata rivoluzionaria di questo linguaggio è fondamentale il confronto con l’Impressionismo. Per i pittori come Claude Monet, la strada cittadina e il boulevard parigino erano i luoghi della luce, del dinamismo, della celebrazione della vita moderna. Nelle tele di Monet come Boulevard des Capucines, la folla è catturata attraverso piccoli tocchi di colore puro che restituiscono l’impressione ottica, festosa e vibrante di un attimo fuggente. Munch compie il percorso opposto: rifiuta la fedeltà alla retina e la pittura en plein air per proiettare sulla tela la propria interiorità, trasformando la strada in un incubo ad occhi aperti che fa da apripista all’Espressionismo.

In questo territorio di transizione e rottura, emergono profonde analogie e differenze con Vincent Van Gogh. Entrambi condividono l’urgenza di usare il colore non in modo scientifico o naturalistico, ma come veicolo emotivo: le pennellate ondulate, pastose e cariche di tensione psichica di Van Gogh trovano un eco diretto nelle opere espressioniste di Munch. Tuttavia, nei dipinti di Van Gogh non troviamo ancora la critica sociale tipica, invece delle tele di Munch.

Un altro esempio dell’Espressionismo europeo è espresso, inoltre dal belga James Ensor. Nello stesso periodo, Ensor popola le sue tele di maschere carnevalesche grottesche, scheletri e caricature feroci. Ma mentre in Ensor la maschera borghese assume tratti di una satira stridente e ironica, in  Munch la maschera si spoglia di ogni sarcasmo per farsi pura tragedia esistenziale, espressione visiva di un’angoscia universale.

L’interpretazione critica dell’opera trova un perfetto parallelismo letterario nella riflessione di Luigi Pirandello sulla frantumazione dell’Io e sulla finzione sociale. Per la filosofia pirandelliana, la “Vita” è un flusso continuo, caotico che viene continuamente represso dalla società. Per poter convivere e integrarsi, l’essere umano è costretto a bloccarsi in una “Forma”, un ruolo sociale, una convenzione che non è altro che una maschera.

I borghesi che sfilano compatti nel corso Karl Johann sono l’esatta personificazione dei personaggi pirandelliani: credono di vivere e di celebrare il loro status, ma stanno semplicemente recitando una parte in un teatro vuoto. Hanno accettato la forma a costo della propria morte interiore. In questa tragica processione, l’elemento chiave diventa l’ombra scura sulla destra, la figura solitaria che cammina di spalle in direzione opposta rispetto alla massa. In chiave pirandelliana, quell’ombra rappresenta l’artista, o il filosofo, il forestiere della vita: colui che “ha capito il giuoco”, che ha strappato la propria maschera. Camminando controcorrente è l’unico a preservare l’autenticità e la verità della propria esistenza.

Il passaggio dai boulevards ottocenteschi alle “piazze virtuali” dei social network non ha spezzato il meccanismo delle maschere sociali, ma lo ha esteso a tutti. I cilindri e i cappellini si sono evoluti negli schermi dei nostri smartphone e nei profili di Instagram e TikTok. L’importanza dell’esteriorità borghese si è tradotta nella ossessiva “performance visiva” contemporanea: costruiamo identità artificiali occultando sistematicamente le nostre fragilità per rincorrere l’approvazione altrui. Ci muoviamo in un “passeggio digitale” che ricalca fedelmente il dipinto di Munch: come i passanti di corso Karl Johann, l’uomo di oggi vive una profonda solitudine interiore all’interno di una massa iper-connessa ma incapace di comunicare in modo autentico.

In conclusione, Sera nel corso Karl Johann si rivela una vera e propria profezia della condizione umana moderna. Catturando l’essenza della crisi d’identità occidentale, Munch ci ricorda che quando il conformismo o il conteggio dei “mi piace” diventano l’unico metro di misura dell’esistenza, l’umanità si spegne, lasciando il posto a spettri senza volto. La vera sfida della nostra generazione rimane la stessa codificata da Munch e Pirandello: trovare il coraggio di essere quella figura isolata sul lato destro della via. Solo rigettando l’obbligo della maschere e accettando il rischio della vulnerabilità, l’individuo può riscoprire la propria autenticità e rompere il muro apparente di solitudine che lo separa dagli altri.

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