di Iris Tamborero di 5A, indirizzo Liceo Scientifico
L’adolescenza di Sibilla Aleramo (Rina Faccio) felice e spensierata viene brutalmente interrotta da una violenza sessuale che porterà ad un triste matrimonio riparatore col proprio aggressore (un dipendente di suo padre) da cui nascerà un figlio. Questa esperien︎za traumatica e il successivo rifiuto e abbandono del ruolo tradiz︎ionale di moglie e madre saranno centrali nella sua vita e nelle sue opere. Si impegn︎erà attivamente nel movimento femminista, lottando per l’emancipaz︎ione delle donne e il diritto di voto.
Quello che viene considerato il suo capolavoro, Una donna, é in realtà un romanzo fortemente autobiografico.
La narrazione del romanzo s’interrompe nel momento del distacco dalla “prima esistenza” della protagonista, vale a dire la scelta, molto dibattuta, di abbandonare tutto il suo passato, la sua famiglia e i suoi doveri per partire e ritrovare se stessa. Ma come giustificare una tale scelta? Come aveva potuto questo libro avere successo in quella società allora ancora tanto conservatrice?
Nel racconto, in un primo momento, la protagonista dubita della sua idea di partire, infatti ad un certo punto vi rinuncia, ma questo le darà un tale rimpianto da convincere lei e il lettore della giustezza della sua scelta finale: «Dacché serrandomi al petto il figliuolo, avevo rinunciato ai miei progetti di libertà io mi disprezzavo per la mia debolezza e soffrivo senza utilità ne per me ne per mio figlio» (cap. 18).
Dedicarsi al figlio, sacrificando il proprio destino: ecco la scelta delle madri di allora ed ecco quella che anche lei proverà ad adottare; ma questa decisione la tormenta, sensi di colpa e di tristezza rendono la sua vita e quella di suo figlio una sofferenza inutile e vana, e ciò la porterà a seguire il suo vero istinto, ad affermare la sua essenza, la sua individualità, a realizzarsi come donna e non come madre. «Perché nella maternità adoriamo il sacrificio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena» (pag. 144).
É questo il vero grido femminista dell’opera e tutto il valore e l’originalità di Una donna. Come commenterà con entusiasmo il critico Gargiulo sul quotidiano «Il giorno» del 1906, «Poteva vantarsi di aver fatto a vantaggio del suo sesso più di quanto avevan fatto e andavano facendo tutte le femministe del mondo prese insieme».
Aleramo in quell’opera aveva infatti umanizzato la lotta femminista, non aveva trattato di ideali politici e formali, ma aveva denunciato la condizione della donna raccontando un’esperienza vissuta all’interno della coscienza della vittima e della sua vita quotidiana. Si era fatta portavoce di tutte le donne del tempo (simbolico è infatti l’anonimato della protagonista e il titolo generico “una donna”), facendo in modo che qualsiasi donna vi si potesse riconoscere per intraprendere lo stesso cammino di liberazione. Aveva messo in gioco la sua stessa dignità individuale, (poiché il suo pseudonimo era ben noto a molti amici) mettendosi a nudo per sensibilizzare gli animi dei lettori (e non solo la loro ragione, come facevano invece le femministe allora) alla vita e percezione della donna.
Come viene evidenziato nella brillante prefazione di Emilio Cecchi del 1950, «Con l’Aleramo non si trattava più di un’autrice, d’un artista soltanto: si trattava anche d’una rivendicatrice della parità femminile, d’una ribelle».
Sibilla infatti, pur volendo vivere del suo lavoro, non sviluppò il successo di “una donna” scrivendo altre opere di narrativa-polemica, bensì lo sfruttò per portare all’attenzione dei lettori i propri doni lirici: opere come “si alla terra”, “amo dunque sono”, sono due esempi della sua grande sensibilità artistica e del suo valore come scrittrice padroneggiante un ampio ventaglio di stili. Il suo intento non era dunque di guadagnare dal suo immediato successo, bensì di affermarsi e dar prova delle sue capacità mostrando i diversi lati del suo talento. Questo rifiuto di fare eco a se stessa, resta una chiara prova della sua serietà e sincerità.
È interessante infine approfondire come la protagonista abbia vissuto l’inizio della maternità. Dopo l’aggressione ella avrà bisogno di tempo, per via della sua giovane e innocente età, per realizzare la gravità del danno subito, anche se guarderà sempre suo figlio con dolcezza e amore. Ma nel manoscritto dell’opera possiamo leggere un’altra riflessione, assente nella versione oggi diffusa al grande pubblico, dove il suo bambino viene effettivamente identificato come frutto di violenza: «E quella bambina che ero stata […] era adesso li, accanto al debole frutto compassionevole di una sopraffazione, di un sacrificio».
Nella società del tempo una donna incinta non aveva altra scelta che di portare a termine la gravidanza, soprattutto se questa era frutto del matrimonio, e quindi Sibilla non farà mai nemmeno lontanamente allusione a una volontà di abortire.
Attualizzando la faccenda però, questa opzione va presa in considerazione: qualche anno fa gli Stati Uniti erano già molto animati dal dibattito sulla questione, molti sostenevano fermamente l’assoluta immoralità dell’aborto. Ma una donna che ha subito violenza e ne è rimasta incinta (e teniamo bene a mente il preoccupantissimo tasso di violenze sessuali negli USA) può essere costretta a portare a termine questa indesiderata gravidanza? Può essere costretta a mandare all’aria tutti i suoi precedenti piani di vita per crescere (o almeno far nascere) un figlio che non ha voluto, e che le ricorderà ogni giorno la violenza subita? Può essere costretta a portare avanti una gravidanza che lascerà tracce indelebili sul suo corpo, sulla sua mente e sulla sua vita solo perché una legge glielo impone?
Per questo è importante ricordare la clamorosa reazione da parte della Francia e la revoca della sentenza Roe v. Wade e poi il voto storico del Parlamento francese, riunitosi a Versailles il 4 marzo 2024, che ha sancito (con 780 voti a favore e solo 72 contrari) l’inserimento esplicito della “libertà garantita” alla donna di interrompere volontariamente la gravidanza nella propria Costituzione (articolo 34) ottenendo il primato mondiale per questa garanzia.
