Imparare la filosofia o imparare a filosofare? Confronto tra Kant e Hegel

di Arianna Cantatore e Cesare Troysi di classe 5B indirizzo Liceo Scientifico

La filosofia, più di ogni altra disciplina, vive sullo spartiacque fra il sapere ereditato e l’attività viva del pensiero, nonché l’acquisizione di un proprio metodo di ragionamento. Sin dall’età moderna il problema si è posto con chiarezza: è possibile “imparare la filosofia”, ossia appropriarsi dei sistemi costruiti dai grandi pensatori, oppure si deve piuttosto “imparare a filosofare”, cioè esercitare in prima persona la ragione?

Kant e Hegel, nel loro dissidio, illuminano due vie che appaiono opposte, ma che a ben vedere custodiscono un nucleo comune di verità.

Per Kant, nessun manuale potrà mai contenere la filosofia in quanto tale, giacché essa non è un corpo di dottrine chiuse, bensì un esercizio infinito del pensiero. “Imparare a filosofare” significa imparare a interrogare la ragione, a non ricevere concetti come dati dall’esterno, ma a ricostruirne il fondamento con le proprie forze. È un metodo zetetico, investigativo, che non dà risposte definitive, ma forma alla ricerca. Il suo valore per un adolescente è enorme, in quanto consiste nell’abituarsi sin da giovane alla critica, all’autonomia, a non accontentarsi della superficie delle cose. Tuttavia, l’altra faccia della medaglia è la vertigine dell’indeterminatezza, cioè se tutto è lasciato all’iniziativa del soggetto, il rischio è lo smarrimento, la sensazione di non toccare mai terra, di restare sospesi in un mare di problemi irrisolti.

Hegel, al contrario, diffida di questo “perenne cercare senza contenuto” e insiste sulla necessità di imparare la filosofia come patrimonio già elaborato; infatti, secondo la sua opinione, filosofare non significa vagare arbitrariamente, ma appropriarsi dei concetti universali che la storia del pensiero ha messo a disposizione. Chi studia filosofia deve incontrare le “città e i fiumi” di questo lungo viaggio intellettuale, nonché le categorie, i sistemi e le grandi costruzioni concettuali. L’adolescente, così, trova appigli solidi e modelli elevati da assimilare; ma qui sorge il pericolo opposto, ovvero la passività, l’apprendere come si apprenderebbe una lingua morta, senza mai animare davvero i concetti di vita propria.

Sembra dunque che si debba scegliere tra due estremi: produrre ragionamenti propri o riprodurre quelli altrui. Eppure, io credo che le due vie non siano inconciliabili, bensì complementari. Infatti, riprodurre un argomento non equivale a rinunciare al pensiero autonomo, in quanto si tratta di un esercizio di assimilazione che prepara alla produzione. Ad esempio, non si dimostra il teorema di Pitagora senza prima aver seguito i passi della sua dimostrazione tradizionale; ma, una volta compresa, quella verità diventa propria, è come se l’avessimo creata noi. Così accade anche nello studio della filosofia, in cui i sistemi dei grandi non sono pietre inerti da subire, ma semi che germogliano solo se rielaborati interiormente.

Nella nostra esperienza da studenti e studentesse, abbiamo incontrato entrambi i metodi; basterebbe per tal motivo alludere alla storia o alla letteratura per dire che sono ambiti nei quali spesso abbiamo ricevuto un insegnamento di tipo “storico”, colmo di date, eventi e schemi da assimilare. Non sono altro che studi appresi, ma che con il tempo si sono dissolti dalla memoria, proprio perché non erano diventati davvero personali. In matematica, al contrario, ci è stato chiesto spesso di costruire ragionamenti passo dopo passo, di non limitarci a ricordare formule ma di comprenderne la genesi. Questo metodo, sebbene più faticoso, ha inciso profondamente, poiché ciò che si conquista con la ragione resta, considerando che lo si sente come frutto del proprio lavoro interiore.

Alla luce di queste riflessioni, crediamo che il vero insegnamento della filosofia debba unire Kant e Hegel; questo vale in quanto senza Hegel, rischiamo il vuoto del puro esercizio soggettivo, e senza Kant, cadiamo nella sterilità di un sapere morto. Un adolescente necessita di entrambe le cose: di nutrirsi dei grandi pensieri universali che la tradizione gli consegna, e di essere guidato a farne occasione di ricerca personale. Solo così “imparare la filosofia” diventa anche “imparare a filosofare”, e la ragione si esercita non nel deserto, non nell’assenza di concetti, ma in dialogo con le grandi eredità del pensiero. In fondo, la filosofia è questo, ovvero non una biblioteca da custodire polverosa, ma un viaggio attraverso i pensieri del passato per imparare, gradualmente, a pensare davvero con la propria testa.

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