La tragedia di Crans Montana. 3, 2, 1… fuochi, urla, persone che si dimenano

di Francesca Rumma di 5BL indirizzo Liceo Linguistico

10, 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1… Fuochi, urla, persone che si dimenano.

A Crans Montana però non sono le scintille dei fuochi d’artificio ad illuminare i volti dei ragazzi, ma quelle delle fiamme che divampano all’interno del locale, che improvvisamente assume le sembianze dell’inferno.

Le grida di Crans Montana non sono di gioia, non sono un augurio, ma un disperata richiesta di aiuto che echeggia nel vento gelido.

A mezzanotte a Crans Montana le giovani persone non si dimenano per un nuovo inizio, ma per farsi strada nella folla travolgente, nella quale si possono intravedere mani unite che si tengono strette, nella speranza di non perdersi e di riuscire, insieme, a sopravvivere.

Non tutti però trovano in tempo l’unica via di fuga verso il futuro e c’è chi dalle fiamme viene ingoiato.

Sofia, Riccardo, Emanuele, Chiara, Achille, Alicia, Diana, Charlotte sono solo alcuni dei nomi delle vittime.

Nomi diversi, ragazzi diversi, accomunati soltanto dal desiderio di diventare grandi, di realizzare i propri sogni e di trovare il proprio posto nel mondo, uniti per sempre dal medesimo tragico destino.

Trascorsi dei giorni, sono diverse le opinioni espresse riguardo la tragedia.

Di certo si sa che ciò che scatena l’incendio sono le scintille provocate da fontane luminose applicate a bottiglie di champagne le quali, avvicinate al soffitto e alle pareti costituiti da materiale non ignifugo, danno istantaneamente origine alle fiamme.

Quelle giovani vite all’interno del locale, a causa del fenomeno del flashover, hanno a stento il tempo di rendersi conto di ciò che sta accadendo. Quando questo accade, però, le vie di fuga sono quasi tutte inagibili e l’unica ancora accessibile è molto stretta, inadatta a far fluire 500 persone mosse dalla paura di morire.

Il caos è generale, e molti, purtroppo, soccombono.

Ad oggi, la certezza è che la tragedia di Crans Montana si sarebbe potuta evitare.

C’è chi considera colpevoli i proprietari del locale e la loro negligenza nell’accertarsi dell’effettiva sicurezza del luogo; chi sostiene che dei ragazzi così piccoli non dovevano in ogni caso trovarsi in quel locale a capodanno e chi li biasima per essere rimasti a filmare il pericolo invece che scappare immediatamente.

Queste considerazioni, a parer mio, cadono davanti a così tante giovani vite spezzate.

È innegabile che siano stati commessi degli errori in questa storia, errori dettati dalla leggerezza giovanile e dalla superficialità adulta.

Ciò che però resta e che davvero conta è il dolore dinanzi alle bare, molte bianche, custodi di sogni e obiettivi che non avranno mai più la possibilità di concretizzarsi.

Al posto di Sofia, di Chiara o di Achille potevo esserci io. Al loro posto potevano esserci mio fratello, la mia migliore amica o il mio ragazzo.

Al posto dei genitori, che non hanno avuto notizie dei propri figli per giorni e che hanno sperato fino all’ultimo istante di riabbracciarli vivi, potevano esserci i miei genitori.

Sembra triste da dire, ma è la realtà.

Eventi come quello di Crans Montana ci insegnano che ogni azione, per quanto insignificante possa apparire, ha una conseguenza.

A seguito della tragedia sono stati tanti coloro che hanno raccontato di come dovevano trovarsi in quel locale quella sera, ma che per una serie di casualità avevano modificato i loro piani.

Alla natura avversa basta un attimo, e tutto può cambiare.

L’inizio di questo nuovo anno è diverso rispetto a quello dei precedenti, perché ci dà la consapevolezza di quanto la nostra vita sia preziosa.

Una vita che, da oggi in poi, verrà vissuta nel ricordo dei ragazzi di Crans Montana.

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